
RIETI
Rieti ed il suo stemma araldico
Rieti merita di essere annoverata tra le prime città dell’Italia centroappenninica che sul finire del XII secolo si costituirono come libero comune e si dotarono di propri statuti, garantendosi la propria autonomia a condizione di ricoverarsi sotto l’ala protettiva della Chiesa.
Le mura erette alla metà del XIII secolo con i loro merli squadrati segnalavano da lontano l’appartenenza alla fazione guelfa, all’interno del Patrimonio di San Pietro, al forestiere che si avvicinava alla città.
Ma lo stemma civico assunse una valenza identitaria ancor più forte, evolvendo dalla primitiva simbologia data dalla rete argentata tesa sul fondo scarlatto, documentata da un sigillo del Comune e più tardi acquisita come arme gentilizia dal casato dei Secenari, fino ad acquisire una complessità narrativa intessuta di forme e figure ricche di suggestioni che spaziano dalla leggenda alla storia.
Il canonico Pompeo Angelotti nella Descrittione della città di Rieti pubblicata nel 1635 in onore del vescovo cardinale Francesco dei conti Guidi di Bagno descriveva così il nostro stemma civico: «ha per Arme la Città di Rieti uno scudo, diviso per mezo in due parti equali. Nella parte di sopra in campo rosso, è una Donzella, la quale s’incontra in un Cavallier’armato, e gli porge uno stendardo. Nell’altra parte in campo azzurro si vede una Rete, & in essa due piccioli Pesci, che in triangolo vengono ad unirsi con un altro Pesce maggiore, il qual è fuori della Rete: e tutte queste figure sono d’un medesimo metallo, cioè d’Argento: essendo l’un e l’altro campo, com’habbiamo detto, di due diversi colori: cioè rosso, & azzurro.
Da altri variamente si narra, e si spiega l’origine di quest’Arme.
A me pare di poter’intendere per la Rete la legge, anima d’ogni corpo civile, ò sia Città, ò Provincia, ò Regno. La legge strigne tutti, e così la definì Demostene l’Oratore, e per tale fu ricevuta da Martiano nel lib. I delle Istituzioni. Abbraccia anche quelli stessi, che sono di un sangue medesimo co’ Legislatori, come Pomponio determinò, nel suo 21. lib. di diverse lettioni, e vien registrato alla leg. fin. ff. de legib. Che però à Remo essendo stato disubbidiente alla legge del proprio fratello, fù data sentenza di morte.
Fraterno primi maduerunt sanguine muri
scrisse Lucano.
Siano dunque i sudditi quei due Pesci racchiusi dentro alla Rete: perche il Binario, tra le note dell’Arithmetica, è il primo che significhi numero, e multitudine, il Pesce più grosso sia il Magistrato, à cui si conviene l’unità, e la maggioranza. Imperoche, quantunque in esso molti beni spesso si ritrovino, nondimeno rappresentano un sol capo della Repubblica. Hor’il Magistrato, etiandio che non sia compreso nella Rete; almeno ad essa si mostra unito, e congiunto: atteso che fa di mestieri, che aderisca alle leggi da lui promulgate per aiuto, & avanzamento del bene publico: essendo che, come disse quell’altro Poeta.
A Bove maiori discit arare minor
E’ vero, che ad ogni Città si può applicare la Rete, simbolo della legge: e per questo, chi volle esprimere la facilità, o felicità di quel gran Capitano Timotheo in debellare varie piazze de’nemici; dipinse la Fortuna, che mentr’egli dormiva, con la Rete più e più Città gli acquistava: il che intendo io del riposo, che sicuramente può prender’il Magistrato & il Principe, mentre le Città a lui soggette ritrovansi dentro il ristretto di ottime leggi. Con tutto ciò la Rete già detta, in quanto ella è simbolo della Legge; particolarmente alla Città di Rieti si aggiusta: essendo stati li Reatini quelli, che nelle Leggi ammaestraron’i Curi da’quali Numa, il Romano Legislatore hebbe l’origine sua da me rammemorato un’altra volta, nel cap. 4.
La Donzella poi, che porge al Cavalliero l’insegna; sia la Madre Rea, à cui ben fù dal Marito Saturno, ò Sabatio, dedicata la Città di Rieti.
Così scrisse Silio
…Magnæq. Reate dicatum
Cælicolum Matri…
& il Vittorio nel nostro linguaggio
…Cui la gran madre
di tutt’i Dei fè Rea l’alte, e leggiadre
Mura, ch’hor son di gente ampia, e severa.
Ma era più convenevole, ch’il commando della Città ella cedesse al Marito Saturno, dovendosi da Huomo valoroso, & accorto, e non da Donna imbelle & imprudente i Regni governare.
Quindi è, che Rea porgendo stendardo al Consorte suo Saturno: di cui in conformità di questo il medesimo Poeta conchiude,
Saturno il gran, che Sabatio dett’era,
A lei consorte, e di Sabo almo Padre,
Fuggendo con le alpestri Cassie squadre;
Pos’ivi la sua ricca aurea Bandiera».
Anche l’erudito Giovanni Bernardino Spichetti, che durante la seconda metà del XVII secolo fu più volte camerlengo della Venerabile Compagnia della b. Colomba, fu ispirato autore di un sonetto dedicato ad illustrare lo stemma civico di Rieti:
All’Ill.ma Città di Rieti sempre fedele alla Chiesa, s’allude alla Rete, e Pesce suo Stemma
SONETTO
Città sublime i di cui figli egreggi
sempre furon sostegni al Vaticano,
che ben sapesti unir gl’antichi greggi
à i purpurei splendor del Cel Romano
Tu quella sei, che invitta ancor ti pregi
esser d’Enotria tutta, e core, e mano;
onde tentaro invan Tiranni, e Regi
torti dal sen del gran Pastor Sovrano.
E se tal’ hor per l’italo sentiero
scorser di Marte rio l’ire indiscrete
sempre Ancella fedel tu fosti à Piero.
Onde in ciò gia d’honor tocchi le Mete
se à dar più preda al pescator primiero
Tu nel mar della Fé gitti la rete.
E’ senz’altro più convincente, filologicamente ben motivata la versione del canonico Angelotti, destinato a lasciare ben presto Rieti per prendere servizio come minutante presso la Segreteria di Stato e concludere la propria carriera come vescovo di Terracina, ma anche l’interpretazione data dallo Spichetti costituisce un interessante documento, utile a comprendere la mentalità di un intellettuale di provincia, fedele suddito di Santa Madre
Chiesa in spiritualibus et in temporalibus.
Professoressa Ileana Tozzi
